Avrete notato che da
alcuni mesi il supplemento PLUS24, che esce ogni sabato assieme al quotidiano
IlSole24Ore, pubblica una rubrica intitolata SENTIMENT, cioè
sentimento nel senso di stato d’animo, umore. Parlare di stato d’animo dei
mercati è una vecchia usanza anglosassone, dove è consueto dire che il mercato
è allegro, triste, speranzoso, ottimista.
Per esempio il PLUS di sabato 7
dicembre parla di “sufficiente ottimismo” e del fatto che un solo indicatore,
tra i sette presi in considerazione, mostra un livello di paura (p. 27).
Quando, per semplicità, io traccio il mio triangolo consulente-cliente-portafoglio, lo faccio per illustrare le attività di un promotore. Tali attività ovviamente hanno a che fare con le emozioni:
Quando, per semplicità, io traccio il mio triangolo consulente-cliente-portafoglio, lo faccio per illustrare le attività di un promotore. Tali attività ovviamente hanno a che fare con le emozioni:
- hanno a che fare con le emozioni nel rapporto tra il consulente e cliente, nel senso che il ruolo del consulente non è solo gestire il portafoglio ma anche le emozioni del cliente;
- hanno a che fare con le emozioni quando il cliente, se è solo, viene preso dalle emozioni e fa scelte sconsiderate, non dettate dalla razionalità che, in molti casi, è contro-intuitiva;
- infine, come ho accennato in apertura, anche il mercato nel suo complesso può comportarsi in modo emotivo, di qui la rubrica settimanale di PLUS e tante altre misure del “sentiment” del mercato.
Per molti decenni, di fronte agli errori dei singoli investitori,
e alle anomalie dei dati aggregati, si è pensato che le persone fossero
razionali (nel senso economico) ma che, di fronte a determinate situazioni, si
emozionassero. Le emozioni le obnubilavano e le portavano fuori strada. In questa
teoria c’è del vero, ma non solo nei casi limite, quando perdiamo la testa e
non ci controlliamo più (avete presente quando vi arrabbiate veramente?). Ma
non è una teoria che spiega in generale il ruolo delle nostre emozioni, tanto
meno nelle decisioni di investimento che in genere, anche presso i neofiti,
sono ponderate e non impulsive, dettate cioè da un sentimento o un’emozione
passeggera.
A parte il fatto che, se le emozioni ci facessero sempre del male,
portandoci lontano dalla retta via, l’evoluzione della specie umana le avrebbe
eliminate, nulla ci vieterebbe di supporre che le emozioni fanno bene il loro
lavoro tranne quando abbiamo a che fare con decisioni di investimento.
Questo
pregiudizio è diffuso. Ed è tanto forte che Hersh Shefrin, l’autore nel 1999
del primo manuale che copre tutta la finanza comportamentale, scelse questo
titolo: Al di là dell’avidità e della paura: capire la finanza comportamentale
e la psicologia degli investimenti. Se uno psicologo fosse maligno,
potrebbe pensare che questo pregiudizio salva la finanza classica, invece di
spedirla nel mondo degli angeli, esseri per l’appunto privi di emozioni. Ma le
emozioni di Shefrin riguardano il singolo investitore e non il mercato nel suo
complesso, come nel caso della rubrica di PLUS.
E’ possibile che il mercato nel
suo complesso provi emozioni oppure questa è solo una scorciatoia per dire che
l’umore degli investitori, nel suo complesso, è di un certo tipo? Quando diciamo
che una folla è impazzita non intendiamo dire che i singoli membri di una folla
sono pazzi ma alludiamo al fenomeno di contagio che influenza gli individui che
fanno parte della folla. In quanto individui singoli, avrebbero caratteristiche
diverse dalla folla. Per rispondere a tali quesiti, tratterò, nella prossima
lezione, la teoria ingenua delle emozioni, e cioè il modo con cui i non addetti
ai lavori pensano che funzionino le emozioni.
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